scovato nelle crepe dei muri *loading* volte
Il giro dell'anno in duecentocinquanta giorni
e l'ultimo è ancora morte, di quella debosciata, con poca voglia di fare.
I colori sono marcescenti o irreperibili.
Eppure il rosso si confà per l'ennesima volta alla mia ferita, dunque continuo a parlare. Cosciente di aver ripetuto gli stessi errori e le stesse ingordigie.
Gli altri centoquindici sono materassi pregni di verde che un tempo era blu: tu stai sotto o stai sopra?
Bambolina adulta e vaccinata,
alla finestra da cui ti sei gettata
si specchia fiera e giuliva chi ti ha generata
e neppure muore nella prossima puntata.

Bambolina adulta ed ammalata,
solo lei non vede dove sei aggrappata,
lascia la presa
e non credere più d'essere inciampata.
La paura mi schiarisce gli occhi e i nani prendono pupille per capezzoli,
almeno il gelataio suonasse una canzone per me...
Rumore di lattine matrimoniali in un cubo da manicomio, rivestimento in pelle bianca unicorno, imbottitura in pura piuma d'anatroccolo e cuciture trapezoidali: il carro della morte, quello che le vecchiette con la gamba in cancrena lo vedono che le viene a prendere, il carretto della morte non sopporta fare colazione da solo. Affiancato a puledre assetate, si stordisce con deodoranti all'arancio ma ciò non è sufficiente a blandire il suo moto quasi perpetuo di pallina da videogioco dei più semplici mai esistiti. Si quieta un poco solo quando la principessa tre metri e novanta si arraffa il vestito a mo' di collant o di saracinesca ma lentamente, allora il carro si fa suspense di un bimbo che guarda la mamma tagliuzzare il prezzemolo con la mezzaluna e si chiede se medesima sorte lo aspetta, cosa che tra l'altro lo farebbe sentire già un ometto. Ma sotto il vestito: niente. La principessa ha perso le gambe. Il carretto si reimpiega come pallina, la Donzella del Tempo Scaduto coglierebbe l'occasione per rassodare un po' le membra e andare a piedi ma Eva oggi si annoia e le si offre come cavallo a dondolo con la lingua di fuori, senza più fiato perchè ho usato poca punteggiattura.
Baltrušajtis, mio hansel da ingrassare fino a porco traumabambola,
sono pur sempre un'arpia di quarta categoria
e non ho per te vestiti nuovi nè deus ex machina,
ancora una volta te lo ripeto:
erano pietre, non briciole, quelle che hai lasciato per strada
ed ora non ricominciare a piagnucolare
chè non capisci dove le pietre siano finite
o dovrò ripeterti anche che le ha mangiate tua madre
pur di star certa che non saresti tornato.
Baltrušajtis, mio hansel da infornare,
raccontami una storia
perchè anche oggi non ho fame.
Mi ritorna in gola una ballerina idropica da carrillon,
scrittura in bianchiocchi e compunti kilogrammi,
tributo perfettamente tondo e salma provvisoria
a trasformare mezzepunte in pungiglioni da carne,
a lacrimare da culo, orecchie e piedi scalzi,
raggruzzolarne un fiume disadorno
e dell'amor proprio fare sabbia da spiaggia:
la domenica l'assassino porta i suoi morti a prendere il sole
e con cura coreografica inchioda uno specchietto
sulle ginocchia piegate di ciascuno.
Allora arrivi munito di calibro per misurare il corrimano delizioso che mi è finito in petto e tenti, come a comporre un fiocco, tenti del ferro, dello strazio e del sole i diametri: collimare, perfetti: alcun borbottio. E mi interroghi su come sia accaduto che nel mezzo del provin di questa scena mi ritrovai con una spranga in seno. E non ricordi nulla di quand'eri cavalieregiocoliere e io vedevo pescatori di notte e nascondevo i miei alveari dentro la tua lancia, finchè le api non ti hanno punto e allora tu hai punto me. Pare che non ricordi nulla e mi sborsi in grembo che mi hai guardata dormire per notti e notti finchè non ho fatto un sogno più lungo del sonno: insomma, sarei un'amante da balconata, una di quelle che scambiano magnolie per morte e morte per corrimani.
Ti pare forse io avessi mani a sufficienza? Con entrambe dovevo raccogliere il mio vestito, quello verde e lungo quaresime. Quello che non so come, si fa sempre più grande e lungo, non finisce mai, il mio vestito. Niente altro che tirar su il mio vestito come arraffare una maledetta montagna allungata, svenduta allo spaccio, eppure nessun acquirente, nessun cannibale allegro.
Premuroso mi sistemi reni, muscoli e capelli: l'ultimo tocco. Allarghi le braccia e cammini lentamente all'indietro. Vedi bene di voltarti e canticchiare sopra il frastuono della tua scultura precaria che muore, così da poterla sempre immaginare eretta come il tuo fallo.