scovato nelle crepe dei muri *loading* volte
Avevo due cani fedeli. Ora sono morti.
Forse sono io che li ho avvelenati.

Lettore che credi io stia parlando di te,
morditi la coda, se la trovi, e vedi di tornare.
Negligente, pensaci tu. Perchè mi abita una scrittura collettiva di seminoti e non so se si tratti di poligoni nè quanti lati abbiano. Allora sfiancami di monocromo, toglimi il blu e il ciclamino, torna ad essere il mio chirurgo.
Negligente, sequestrami il colore e la parlantina vana dell'umano, gravami mani e clavicole, indagami, allineami le bocche, premi dove non te l'hanno insegnato, portami alla costituzione.
Pensaci tu,
perchè le mie parole sono come la lingua umida che vuole entrare in ogni fessura.

Lo sposo è già esangue. Aspetto, sveglia, il mio Morgengabe. Fingerò di dormire solo all'ultimo momento, quando saprò che sta per arrivare.
Stampatore, sei il personaggio onnisciente. Sai delle salamandre, sai dell'elefante, sai della misera cagna. Non può più morire ed ora che ne è certa seppellisce tutto nella terra. Tutto è brama di un mitologico sincretismo tra una gazza ladra, un cane ed una vecchia impaurita che ricorda le maldicenze della sua giovinezza e non dove ha sotterrato i soldi. Con una predisposizione quasi apotropaica l'attribuzione delle fosse si regge su di un sistema aritmetico-sensistico che associa friabilità, colore, posizione del terreno a colore e canone dell'oggetto, umano o meno. La variazione inevitabile di tutti i parametri presi in considerazione comporta una riattribuzione convulsa e vaginale delle cave. Gli spettatori, travestiti da maggiordomi su sua isterica richiesta, sanno che tutto era già cambiato un momento dopo e che tutto cambiava soltanto quando se ne accorgeva lei. E tu sai che queste due civiltà possono convivere, perchè non si guardano in faccia ma si torcono verso un punto comune: la madre semiubriaca nel letto.
Morgengabe, mio dono del mattino, la notte è durata otto giorni. Hai scoperto i denti ed erano più grandi dei miei.
Ritorni da dove sei venuto
come una scrittura automatica
come una giostra di cui denuncio crudeltà senza mai avere credito, e la giostra lo sa.
Avevo immaginato per te un loquace saturnismo
se ne sarebbero innamorate tutte le fanciulle, io ne sarei stata gelosa e ti avrei guarito;
ti avrei lasciato un paio per ogni organo
e i doppioni da tenere come scorta li avresti appesi in qualche quadro di Mirò
avevo prospettato per te un saturnismo da protagonista,
i nomi sarebbero stati il nostro amore, scarno e consanguineo
i tuoi strumenti a me ancora ignoti i nostri figli malformi
la loro morte prematura la nostra morte remunerata,
io ne sarei stata presto insoddisfatta e ti avrei guarito;
e la madre è ancora lì ma tu non l'hai guardata.

Ora, proprio ora, vorrei incontrarti, Orco, ed entrarti in bocca attraverso la porta principale mentre canti che vorresti sapere la stessa cosa che tutti vorrebbero sapere
come va a finire.
E rispuntarti fuori con un braccio in più, quasi santa o mulino ma comunque inaccessibile.
Solo dopo mi ricorderei di averlo già fatto prima tante volte quanti arti ho stesi in bagno, ancora ignara di come va a finire.
Se la descrivi, la bambina scompare. Immaginala.
La vedi giocare da sola al gioco del silenzio e scegliere la mano sbagliata?

Tutta bocca e digiuno, voglio solo impormi come un crocifisso
e che qualcuno mi scriva sopra, e mi riscriva, e ancora e di nuovo