scovato nelle crepe dei muri *loading* volte
Ho una Striscia di Gaza dall'ombelico al clitoride:
non coltivatela, non irrigatela,
i più ostinati vi depositano vasi di gerani:
non emulateli.
Del resto prendete il pezzo che preferite
Mangiate e bevete di me
Smetterò di moltiplicarmi.
Teatro anatroccolo, lettera S
Personaggio numero 12: Danae
Personaggio numero 13: collezionista di orecchie
Danae interrogata sulla sua identità risponde di chiamarsi Nadia e di non ricordare da dove viene. L'unica certezza che ha è di non chiamarsi Danae.
Per non sentire più le voci insistenti che la chiamano così, una per volta, con perizia da clown, si torce le orecchie, le gira su se stesse fino a che non si staccano dalla testa e cadono come rimasugli di pasta all'uovo fatta in casa.

Il ladro di orecchie con guanti in lattice verde afferra quello che presto diventa il suo paio numero 1082, sezione donna lingua indoeuropea con piccolo neo sul lobo destro.
L'attecchimento è quasi immediato ed ha un potere di rilascio graduale sempre più intenso: non udirà altro che quel nome di donna e comincerà a credere di essere lei, trascurerà la sua attività criminale per fare shopping nei negozi più costosi di lingerie francese e finirà i suoi giorni a farsi deridere da giovanissime prostitute torinesi.
Conclusione numero 5
Allora riavvolgo la pelle del corpo
dalle nocche intossicate di gelso
per scrivere quando ancora
nel nylon del mobile vecchio
si contano le increspature
(a volte sono un lago, uno scavo siena e rosa,
un orecchino fuori moda).
Brunelda torna da Amerika

gli occhioni gracidi di stagni
da ruotare come giostre per bambini,
il petto un diario rosso pappagallo
e le gambe sono ringhiere di balcone.
Eva, ti ho comprato un cappello a cilindro e
con questo anello pago il mio affitto.
L'altare è una spugna imbevuta di china,
non dimenarlo o dovremo pulire.
Non avrai fiori, non avrai doti nè complimenti
non avrai altro sesso al di fuori del tuo.
Restauratore, per te ho rubato e ho digiunato,
ho trattenuto le mie braccia dall'essere indisciplinate.
Ciò che resta da circondare, ciò che resta da espugnare
l'ho sistemato in scatole cinesi,
stirato e piegato come solo una domestica suole fare.
Non avrai diritti, non avrai arbitrio più ampio di due metri quadri,
non avrai giacigli, forbici nè complimenti,
non avrai altro sesso al di fuori del tuo, trovalo.
Cappellaio, a te dedico le mie fobie,
sono yogurt ammassati,
allinaeti per gusto e reato,
sono bustine essiccate di the nascoste nelle tasche dei grembiuli, trovale.
Amore, ho duplicato ogni mio organo,
che sia tuo è mio volere:
dissipali come meglio credi.
La casa è piena di imbianchini.Scarabeo, ingravidati di me.
Si concede a volte che lo scarabeo muti in donna.
Abiterò lì, riassunta, al sicuro, fino a mezzanotte.

Il tempo in cui le favole, almeno quelle sotto regolare contratto, retrocedono.
Dopo assumerò qualcuno in nero.

"Gli ultimi re delle favole si incamminavano all'esilio" intenzionati ad attraversare tutto il deserto del Kalahari, forse per raccogliere radici medicamentose da offrire ai loro nemici, forse per scoprire una metropoli che li potesse impiegare in una nuova e più redditizia attività, forse per avere dei figli... Qualcuno, però, racconta che dopo appena metà del loro tragitto essi incapparono in una piccola oasi, lì si fermarono alcuni mesi per poi scegliere la via del rimpatrio.

Così gli ultimi re delle favole tornarono e ripresero subito a lavorare.
Quando la bambina Maleia li spogliò per leggerli (come affreschi e mosaici delle chiese medievali gli analfabeti), quando li spogliò trovò solo graffi, bruciature fresche, rossori, lividi, minimi scavi, impronte dentali e non.
Teatro anatroccolo, lettera R
Personaggio numero 22: la maiuscola che diventa minuscola
Personaggio numero 22bis: Vilka, il garzone delle sepolture, trentaduenne svedese, si tinge i capelli di nero ma la sua imperizia di giovane femminista tralascia sempre qualche ciocca color miglio.
Personaggio declinazione II, tempo presente, intransitivo: Victor Brauner, dietro le quinte
Che lo scarabeo muti in donna non è concesso due volte in tempi ravvicinati. Dopo il parto quel corpo forte cade vuoto a terra, senza preavviso il pavimento si divarica come una botola a soffietto e con un rumore asciutto di pietra e rotelle. Quando il tutto si richiude il garzone delle sepolture corre impaziente sulla scena per coprire ogni traccia e odore con arbusti di liquirizia.
Gli imbianchini si prendono una pausa dal lavoro, passano con i loro secchielli di vernice ciondolanti benedicendo con goccioloni abbondanti il terreno mortuario, invadenti come preti che fanno ondeggiare l'ampolla dell'incenso.
Che lo scarabeo muti in donna non è concesso due volte. Chi si ingraviderà di me, ora che ne ho più bisogno?
È la quindicina dei ventri ritrosi. Essi, anche non umani, indietreggiano indignati come fiori di cartoni quando il cattivo vuole annusarli.
Il giorno ha mezze braccia invisibili e denti incolori
nè bare, nè congelatori,
nè sacchi di nylon lunghi e stretti che vestano bene da offrirmi.
La sera suonano alla porta, Vera conduce l'ospite da me, cammina con un rimbalzo sotto i piedi e un silenzio di quelli economici che fanno più rumore ancora, le guarnizioni sono sorrisi sporchi ogni tre passetti ed un voltare il capo. Tutto direbbe di lui che è un amante a sorpresa.
Gastón appoggia la sua esilità alla testa del letto,
Gastón appoggia la sua obesità al fondo del letto
io al centro non ho peso, nè doveri.
Gastón ha una favola per me:
"Il mio nome è Filemòn, e il cognome è Ustariz.
Ho una vacca, un cane, un fucile e un cappello;
vagabundos, errantes, sin más tierra que el cielo,
vivimos cobjados por el techo más alto;
né piogge, né tormente, né oceani né fiumi,
ci impediscono di vagare di prateria in prateria.
Filemòn es mi nombre. Ustariz mi apellido.
Non dormiamo due volte sotto la stessa stella;
cada día un paisaje, cada noche otra luz,
oggi un viandante ci trova insieme al Rio delle Amazzoni,
e domani probabilmente sul Fiume Giallo
potremmo apparire proprio quando irrompe il sole.
Siamo come le nuvole, ma reali, concreti:
un hombre, un perro, una vaca, un sombrero,
puzziamo, amiamo, odiamo e ci odiano,
vagabondi, erranti, senza altra terra che il cielo
Filemòn è il mio nome, Ustariz il cognome -;
i miei mi accompagnano, lucenti o oscuri,
pero con nombres propios, con sombras bien corpóreas,
esseri correnti, sogni, emanazioni di una magia
che fa dell'incredibile la sola cosa in cui crediamo.
Filemòn es mi nombre, Ustariz mi apellido;
somos materia cierta, cifras, gran fumo.
Portati dal vento, hambrientos de infinito,
un cane, una vacca, un palpabile cappello;
simple y sin misterio seguiremos el viaje:
por eso yo dedeclaro, prendendo la strada,
che Filemòn è il mio nome y Ustariz mi apellido,
que la vaca se llama Rosamunda de Hungría,
e che al cane ho dato il nome di una stella:
le digo Aldebran, e salta, e ride, e canta,
como un tenor que quiere romperse la garganta."
Lui è Gaston Baquero, questa era la sua Favola, assomiglia ad un telo verdone sbiadito in cui posso farmi su, e se non dormire, votarmi ad un dondolio fraintendibile e costante.