scovato nelle crepe dei muri *loading* volte
Il primo è sempre un giorno di morte.
I colori sono umidi e turgidi.
Poichè il rosa si confà per la prima volta alla mia ferita, un rosa economico, scaduto, ritorno a parlare. Cosciente che ripeterò gli stessi errori e le stesse ingordigie.
Seduta sul seggiolino sinistro della giostra, culo a terra, gambe a ranocchio e piedi piatti. In alto il seggiolino destro vuoto mi guarda. L'uomo-granchio mi vuole arruolare ma io non sono ancora di nessuna fazione. Cambio giostra, qui posso roteare da sola. L'altro uomo ferma la ruota ma non era un poeta. Così le ho disimparate. Rimane solo questa.
PREGHIERA DA MANGIARE COME FOGLIE ROSSE
Che la madre lasci che io la abbandoni
Che il padre lasci che io mi abbandoni
Che tu faccia dei miei occhi un nido e dei miei polpacci strumenti,
del mio sesso una parola senza senso o una filastrocca per bambini,
del mio sorriso un ciondolo a forma di dente,
prego.
I miei ricordi sono numerati, arrivano ad un tot e non vanno oltre. Come da umana usanza quegli stessi perdono nitidezza, staccano un altro numeretto dal marchingegno del supermercato per fare la coda e quando arriva il loro turno la carne è terminata o si sono trasformati in maiali. Per ora ciò che mi serve è sapere cosa sono in grado di fare.
Il tatto l'ho venduto. Anzi l'ho barattato, in cambio ho ottenuto che le mie ferite non cicatrizzassero.
L'udito lo conservo per i momenti di pericolo, al sicuro in barattolini chiusi chiusi che nascondo sotto la mia lingua di alligatore.
Il terzo giorno è concesso parlare di due soltanto dei propri sensi e questo non è ancora tempo di disubbidienza.
Tra poco ricomincerò a guardare.
SGUARDO PRIMO

Ho visto una donna zompettare per il bagno con in mano un coltello per sbucciare
fichi
Aggrappata al suo piede c'è un'etichetta che la chiama "Eva"
A braccia alzate, vuole tingersi i capelli di scuro
mentre la tintura le schizza sul corpo disegnando macchie dall'accento germanico.